Rischi e opportunità del Race Together di Starbucks

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Starbucks ha lanciato nei giorni scorsi “Race Together“, un’iniziativa volta ad incoraggiare conversazioni su relazioni di carattere razziale.

Sono apparse anche delle inserzioni pubblicitarie a sostegno di questa iniziativa, sia su USA Today che sul New York Times, con all’interno del quotidiano alcuni inserti che includevano del materiale destinato a suscitare discussioni in merito. In contemporanea è stato lanciato sui social l’hashtag #RaceTogether.

Secondo molti, questa iniziativa è nata come risposta ai pregiudizi razziali conseguenti ai fatti accaduti a Ferguson (Missouri) il 9 agosto 2014, che portò alla morte Michael Brown e impegnando anche il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, con una pronta dichiarazione nella quale chiedeva l’intervento in prima persona del Dipartimento di Giustizia a condurre le indagini.

Insomma, un tentativo da parte di Starbucks di rendere migliore l’America. Con l’obiettivo ben preciso di trattare un tema complicato come la discriminazione razziale, attraverso il dialogo quotidiano. Magari davanti ad un caffè.

Come riporta una relazione del “Center for American Progress“, il 36% degli americani teme che l’aumento della diversità significhi “non avere una cultura americana comune“. Lo stesso Schultz (CEO di Starbucks), dichiara che «l’obiettivo dell’azienda è mirato solo ad incoraggiare le persone a parlarne, e non a risolvere il problema o a trovare eventuali soluzioni volte diminuire i pregiudizi razziali».

Ma, probabilmente, il risultato che ne uscirà fuori non sarà del tutto incoraggiante. Persone appartenenti a “gruppi minoritari” potrebbero ritrovarsi costretti al bancone del bar a dover parlare della loro posizione nella società americana. Alcuni dipendenti potrebbero essere trovati impreparati a dover fronteggiare discussioni improvvisate su temi così importanti. Alcuni, potrebbero addirittura ritrovarsi a “svelare” i loro pregiudizi e finire esposti in una conversazione magari impostata in modo da far sospettare che risulti lui “il cattivo”.

La natura di Starbucks è rapida e superficiale, consona a trattare temi molto più “leggeri”. Le persone che entrano dentro un bar chiedono solo un caffè, magari scambiare due parole veloci ma probabilmente su un altro genere di argomenti, che richiedono al massimo una battuta.

Ritrovarsi costretti a colazione, a conversare su temi come la discriminazione razziale, potrebbe essere un boomerang per un’azienda, che conta il 40% dei propri dipendenti negli Stati Uniti appartenenti a minoranze etniche.


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Autore: Alessandro Misuri

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