Come parla oggi la politica? E quali sono le sfida della comunicazione?

La politica è quotidianamente chiamata ad affrontare nuove sfide e la maggior parte di esse vengono disputate nel campo della comunicazione.

Nel V secolo a.C. i depositari dell’arte di parlare in pubblico col fine di persuadere erano considerati dei maestri ma oggi la retorica ha assunto una connotazione negativa e viene spesso contrapposta alla concretezza. In realtà proprio coloro che tanto denigrano gli artifici della retorica, sono i primi a servirsene. Berlusconi, uno tra i più abili nel campo della comunicazione, ha dichiarato di non sopportare la retorica perché più interessato a ciò che va fatto.

Mentre tentano di demolirla dunque, i politici non fanno che servirsene.

Ciò che oggi ha assunto un ruolo di rilievo nella comunicazione politica è la narrazione di novelle. Siamo nell’era dello storytelling, caratterizzata dalla disaffezione dei cittadini alla cosa pubblica. La politica deve reinventarsi nel tentativo di avvicinare l’elettorato e per farlo è chiamata a raccontare quotidianamente episodi di un romanzo creando fidelizzazione nel pubblico.

Se fino alla discesa in campo di Berlusconi nel 1994 la politica si esprimeva con un parafrasare istituzionale, una sorta di lingua nella lingua, definita politichese, il leader forzista ha volutamente operato una semplificazione della comunicazione verbale: con lui nasce il gentese (linguaggio di facile comprensione), anche se era stato Umberto Bossi il primo a mutare il modo di fare comunicazione.

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Oggi la parolaccia in politica non fa più notizia: siamo costantemente bersagliati da politici che utilizzano una comunicazione scurrile e che talvolta ne fanno addirittura il proprio credo. Sembra che le parolacce siano determinanti per il successo: chi dice parolacce è avvertito come spontaneo e la spontaneità è ritenuta tratto distintivo della sincerità.

La comunicazione politica ha subito una sempre maggiore contaminazione con espressioni mutuate dall’inglese, che compaiono anche in ambiti istituzionali. Si è piegato all’utilizzo di pseudo-latinismi e ha visto la creazione di neologismi che hanno riscosso anche un discreto successo.

I dibattiti politici odierni sembrano essere animati anche da alcuni termini che campeggiano in ogni confronto dialettico tra avversari: uno su tutti è “populismo”. In un primo momento populisti erano sempre gli altri. Un’accusa che si rivolgevano vicendevolmente da ogni schieramento, un abito che sembrava adattarsi a qualsiasi indossatore. Recentemente però i leader di alcuni movimenti catalogati come populisti, – soprattutto nell’ambito della comunicazione -, hanno volto a loro vantaggio tale definizione.

Se essere populisti significa stare dalla parte del popolo, allora populisti lo si è e fieramente.

Pare che il fenomeno del populismo sia in stretta correlazione con il fascismo, tanto che si parla sempre più frequentemente di un suo imminente ritorno. Se è vero che alcuni elementi della retorica fascista si riscontrano anche nelle correnti populiste, il fascismo non tornerà perché i fenomeni storici non si ripresentano una seconda volta ma soprattutto perché il contesto di oggi è molto diverso da quello che ha consentito l’ascesa di Mussolini, quando il mondo era ancora scosso dalla Grande Guerra e si sentiva forte l’eco della Rivoluzione Bolscevica.

Altro importante sviluppo è quello della Rete. Questa, responsabile anche dello stravolgimento della comunicazione, ha consegnato il potente strumento dei social network  ed ha consentito ai politici di instaurare un dialogo costante e diretto con gli elettori. La disintermediazione ha fatto sì che la politica potesse entrare nella vita quotidiana degli elettori e non restasse più relegata ai soli momenti elettorali. La comunicazione social richiede rapidità, immediatezza ma soprattutto chiarezza: un linguaggio semplice e universale, in grado di arrivare a tutti.

Elena Sofia Baiocco, studentessa del Master Eidos 



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